Per decenni, le neuroscienze si sono avvicinate al cervello come i ciechi che esaminano un elefante: concentrandosi sulle singole parti tralasciando l’insieme più ampio e integrato. Le prime ricerche trattavano le regioni del cervello come specialisti isolati – l’amigdala per le emozioni, il lobo occipitale per la visione – spesso sulla base di casi di studio drammatici come Phineas Gage, il cui cambiamento di personalità dopo una lesione cerebrale consolidò l’importanza del lobo frontale. Ma questa visione frammentata era incompleta.

L’ascesa del pensiero di rete

La svolta è arrivata alla fine degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000 con i progressi nelle tecnologie di imaging cerebrale come la risonanza magnetica funzionale e le scansioni PET. Questi strumenti hanno permesso agli scienziati di osservare l’intero cervello in azione, rivelando una verità sorprendente: nessuna regione del cervello opera in modo isolato. Comportamenti complessi emergono da attività sincronizzate su più reti sovrapposte.

Come afferma Luiz Pessoa dell’Università del Maryland, “La mappatura delle reti cerebrali ha svolto un ruolo importante nel cambiare il pensiero neuroscientifico”.

La rete in modalità predefinita e oltre

Il cambiamento moderno è iniziato nel 2001, quando Marcus Raichle ha identificato la default mode network (DMN), una rete attiva quando la mente non è concentrata su un compito specifico. Ulteriori ricerche hanno dimostrato che il DMN si intensifica durante il sogno ad occhi aperti e l’autoriflessione. Questa scoperta ha fornito una base fondamentale per misurare tutta l’attività cerebrale.

Subito dopo emersero altre reti chiave, ciascuna responsabile di funzioni come l’attenzione, il linguaggio, l’emozione, la memoria e la pianificazione. Questa visione olistica ha rimodellato la comprensione delle condizioni di salute neurologica e mentale. Le differenze di rete sono ora associate al morbo di Parkinson, al disturbo da stress post-traumatico, alla depressione, all’ansia e persino all’ADHD.

Dall’autismo all’Alzheimer: un approccio in rete

La scienza delle reti è diventata un campo distinto. L’autismo è sempre più inteso come una variazione all’interno della rete di rilevanza sociale, che governa il modo in cui percepiamo e rispondiamo ai segnali sociali. La ricerca sull’Alzheimer ora suggerisce che le proteine ​​anomale si diffondono lungo i percorsi della rete. I principi delle reti neurali hanno ispirato anche lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale come ChatGPT.

“Forse non riusciamo ancora a vedere l’elefante nella sua interezza, ma il quadro si sta sicuramente mettendo a fuoco.”

Questo cambiamento di paradigma non è solo accademico. Le reti neurali hanno migliorato notevolmente il modo in cui diagnostichiamo e trattiamo i disturbi legati al cervello. Riconoscendo il cervello come un sistema dinamico e interconnesso, stiamo andando oltre le soluzioni localizzate per affrontare i modelli fondamentali di disfunzione. L’attenzione non è più su dove succede qualcosa, ma su come tutto si connette.