Pensa alla monofonia come all’equivalente musicale di un corridore solista su una traccia vuota. C’è solo una riga. Nessuna armonia. Nessuno strumento di accompagnamento. Solo una singola melodia che va avanti da sola. È l’elemento fondamentale della musica, presente nelle culture di tutto il mondo. Se vuoi rintracciare le radici, guarda i documenti scritti più antichi. Stiamo parlando dei canti bizantini e gregoriani. Questi erano i suoni delle chiese medievali in Oriente e in Occidente. Sono i primi esempi che abbiamo di questa struttura.
Avanti veloce un po’. Durante il tardo Medioevo in Europa, la tradizione non morì. Ha semplicemente cambiato sede. Sul palco sono salite le canzoni profane. I trovatori provenzali strimpellavano nel sud della Francia. Lo stesso fecero i loro omologhi della Francia settentrionale, i trouvères. In Germania, i Minnesisinger e i Meistersinger mantenevano accesa la fiamma. Le loro esibizioni spesso includevano accompagnamenti improvvisati, che aggiungono uno strato di complessità, ma l’idea melodica fondamentale rimaneva singolare.
È qui che le cose si complicano. Le persone spesso confondono la monofonia con la monodia. Sembrano simili. Significano cose molto diverse. Monodia si riferisce a uno stile specifico dell’inizio del XVII secolo. È una canzone solista accompagnata. Questo cambiamento segnò l’inizio di quella che i musicisti chiamano la “seconda pratica”. Ad avviarlo fu la Camerata fiorentina. Claudio Monteverdi lo perfezionò. L’obiettivo era quello di staccarsi dalla densa polifonia vocale che definì l’era rinascimentale.
Ironicamente, la musica sacra ha preso una strada diversa. La polifonia sacra dell’alta arte guardava alla monofonia per trarne ispirazione. Compositori come Giovanni Pierluigi da Palestrina modellarono il loro lavoro sullo stile tradizionale della chiesa cattolica romana. Volevano quel flusso melodico continuo. Volevano che non fosse contaminato dalle rigide intrusioni metriche presenti nella musica secolare. Così, anche se la monofonia è isolata, il suo fantasma infesta ancora gli arrangiamenti corali più complessi. Quale percorso preferisci? La cruda semplicità di una sola voce? O l’intricata rete di polifonia che ha imparato a imitarla?


















